la mia storia il mio vero lavoro

Pubblicato il 30 novembre 2025 alle ore 15:30

la mia storia:

Riparazione, ricondizionamento e vendita di biciclette usate, pensate per la città e la stazione.
Prezzi onesti, lavoro artigianale, niente fuffa.

La mia storia


La mia storia

Mi chiamo davide e con le biciclette ho iniziato molto prima di avere un lavoro “vero”.

Avevo circa 12 anni.
Stavo spesso da solo al parco, con una vecchia cassetta degli attrezzi e poche chiavi inglesi rovinate.
Le prime bici che riparavo erano le mie, perché si rompevano sempre e non potevo permettermi di portarle in negozio.

Non ho mai avuto tanti amici: ero più il tipo che smonta una ruota sulla panchina che quello che gioca in gruppo.
Ogni tanto qualche ragazzo veniva da me a farsi sistemare la bici:
io la aggiustavo, ci perdevo tempo… e poi scoprivo che mi avevano rubato gli attrezzi.

Io li consideravo amici.
In realtà erano solo persone che si approfittavano di uno che ci credeva.


Le superiori, la Saltafoss e le mani nere

Alle superiori mi sono iscritto a una scuola tecnica come tornitore.
Non ero preciso come gli altri, non avevo la manualità “da tornitore” che volevano i professori.

In più:

  • arrivavo spesso in ritardo,

  • la mia Saltafoss aveva sempre qualche problema,

  • nello zaino portavo più attrezzi che libri,

  • i professori mi vedevano sempre con le mani nere di grasso.

I compagni mi prendevano in giro e mi umiliavano.
Non ero quello bravo, non ero quello popolare: ero “quello strano con la bici rotta”.

Quando è arrivato il momento dello stage, i professori mi hanno detto chiaramente che come tornitore non andavo come gli altri e che dovevo cercarmi io un posto.
Io ho proposto la Decathlon.


Decathlon e la bici stazione di Sesto

Lo stage alla Decathlon è stata la prima volta in cui ho cominciato a sentirmi un po’ più al mio posto.

Lì ho visto:

  • tante bici diverse

  • problemi reali delle persone

  • il lavoro sulle bici dall’altra parte del bancone

Dopo la scuola, la mia prima vera esperienza di lavoro è stata alla bici stazione di Sesto.
Ci sono rimasto circa due anni.

In quel periodo ho imparato:

  • a fare quello che faccio ancora oggi: riparare e preparare bici che devono lavorare tutti i giorni

  • come gestire le richieste dei clienti

  • a conoscere i fornitori da cui ancora oggi prendo i ricambi

  • che questo è un lavoro artigianale:
    non tutti i pezzi si montano al volo, devi saper adattare, scegliere, trovare soluzioni.


Verniciatura e catena di montaggio

Qualche anno dopo ho lavorato su una catena di montaggio dove le bici venivano verniciate.

Lì ho visto:

  • come si preparano i telai

  • come funziona davvero il ciclo della verniciatura

  • quanto lavoro c’è dietro una bici lucida che esce pronta

Ho conosciuto il proprietario della verniciatura e con lui ho creato un buon rapporto.
Per un periodo mi sono appoggiato alla sua ditta per verniciare alcuni telai dei miei lavori.
Poi anche lui ha dovuto chiudere.

Un’altra porta che si chiude, un’altra conferma che nel mondo del lavoro puoi trovarti senza posto da un giorno all’altro.


Il box in affitto, la Vespa e la bici “irrecuperabile”

In quel periodo avevo preso in affitto un box.
All’inizio non era per le bici: ci tenevo la Vespa e, come sempre, ero lì a smontare e rimontare anche quella.

Nel frattempo lavoravo in collaborazione con un giornalaio all’ospedale di Desio, insieme a mio padre.
La mattina vendevo giornali, il rapporto non era dei migliori e la testa tornava sempre alle lavorazioni meccaniche, soprattutto alle biciclette.

Un giorno un signore che mi conosceva mi ha detto:

“Ho una bici in solaio da riparare.
Il negozio dove l’ho portata mi ha detto che il forcellino è irrecuperabile e che devo buttarla.
Se te la lascio, saresti in grado di sistemarla?”

Io gli ho risposto di sì.

Lui mi ha lasciato la bici nel box.
Io ho iniziato a pensarci su, a valutare come poterla recuperare.
A un certo punto ho provato a contattarlo… ma non si è mai più fatto sentire.

La bici è rimasta lì, ferma in box, per un bel po’ di tempo.
Ogni volta che la guardavo pensavo:

“L’hanno data per morta, ma si può ancora recuperare.”

Un giorno mi sono stufato di vederla lì ferma.
L’ho sistemata, le ho fatto qualche foto, ho pubblicato un annuncio su internet… e l’ho venduta.

Quella è stata la prima vera svolta.


Lotti di bici e primi anni in box

Dalla bici “irrecuperabile” ho capito una cosa importante:

se riesco a vendere una bici che un negozio ha detto di buttare
e che il proprietario ha abbandonato,
allora posso cercare bici in condizioni simili, rimetterle in sesto e venderle una per una.

Ho iniziato a cercare lotti di bici a poco prezzo su internet:

  • li trovavo,

  • li andavo a prendere,

  • li portavo in box,

  • e li trasformavo, piano piano, in bici pronte per essere usate da qualcun altro.

Da lì è nato il mio modo di lavorare:

  • bici usate, rimesse in sesto con calma,

  • prezzi umani,

  • niente fuffa da vetrina, solo bici che devono portarti da A a B senza problemi.


Dal box in affitto al box comprato (2011–2022 – oggi)

Il primo box non era “il mio laboratorio”, era un box in affitto di un parente.
Me lo aveva concesso a poco, ma fin da subito era chiaro:

“Te lo posso affittare per qualche anno, non per sempre.”

All’inizio lì dentro ci tenevo la Vespa e ci smanettavo come facevo da ragazzino con le bici: smonta, rimonta, prova, sbaglia, riprova.
Piano piano quel box è diventato la mia seconda casa: ci passavo le giornate, a volte anche solo per mettere in ordine, pensare, smontare qualcosa.

Nel frattempo lavoravo con mio padre dal giornalaio all’ospedale di Desio.
Quando ho perso anche quel lavoro, il box è rimasto l’unico posto dove aveva senso andare:
continuavo a cercare lavoro, ma appena potevo tornavo lì, tra bici, pezzi e attrezzi.

Quando è arrivato il Covid, mentre il mondo era fermo, io ogni volta che era possibile andavo giù in box a lavorare sulle bici e a venderle.
Il box era il posto dove, nonostante tutto, riuscivo ancora a fare qualcosa che aveva un senso.

Nel 2022 è arrivato l’ultimatum:
il parente proprietario del box mi ha detto chiaramente che non potevo più restare lì.

A quel punto avevo due strade:

  • mollare tutto,

  • oppure trovare un altro box.

Ho iniziato a guardare gli affitti, ma i prezzi erano troppo alti:
pagare un box sotto casa a quei costi voleva dire non riuscire più a far quadrare i conti.

Per non buttare via anni di lavoro, attrezzi, bici e esperienza, ho fatto una scelta diversa:

invece di continuare ad affittare, ho deciso di comprare un box mio, anche se significava accendere un finanziamento e legarmi una rata addosso.

Ho cercato, ho aspettato l’occasione giusta, l’ho trovata e l’ho presa al volo.
Da allora il box dove lavoro oggi è di proprietà, e lo sto ancora pagando con il lavoro sulle bici.

Dal 2022 a oggi, ogni bici che riparo o vendo passa da lì:
dallo stesso posto dove continuo a fare quello che, in un modo o nell’altro, faccio da quando ero un ragazzino con una cassetta di attrezzi e le mani nere di grasso.