La storia di un ragazzo che costruisce il suo mondo a pedali

Pubblicato il 17 maggio 2018 alle ore 15:30

la mia storia:

Riparazione, ricondizionamento e vendita di biciclette usate, pensate per la città e la stazione.
Prezzi onesti, lavoro artigianale, niente fuffa.

La mia storia:

Da dove ho iniziato, dove sono ora: una vita con le bici e come è nata la Ciclofficina Elios Riparazioni

Buongiorno, mi presento: mi chiamo Davide, ho 33 anni e sono un meccanico di biciclette. Questa è la mia storia.

Ho cominciato a riparare le bici quando avevo circa 12 anni. Stavo spesso da solo al parco, con una vecchia cassetta degli attrezzi e poche chiavi inglesi rovinate. Le prime bici che riparavo erano le mie, o quelle trovate in giro abbandonate, e non avevo nemmeno un garage dove metterci le mani.

Non potevo permettermi di portare la bici in officina e sono sempre stato quello che molti considererebbero uno “smanettone”: uno che non tiene le mani in tasca e deve per forza capire come sono fatte le cose dentro.

Non ho mai avuto tanti amici: ero più il tipo che smontava una ruota sulla panchina invece di giocare in gruppo. Ogni tanto qualche ragazzo veniva da me a farsi sistemare la bici: io la aggiustavo, ci perdevo del tempo… e poi scoprivo che mi avevano rubato gli attrezzi. Li consideravo amici, ma in realtà erano solo persone che si approfittavano di uno che ci credeva.


Le superiori, la Saltafoss e le mani nere 

Quando ho cominciato le superiori mi ero iscritto a una scuola triennale a Milano, corso di operatore alle macchine utensili. Non ero una cima, anzi, a dirla tutta non lo sono mai stato. Quello che facevo lo facevo bene a modo mio, ma non ero preciso come gli altri, non avevo la manualità “da tornitore” che volevano i professori.

La mia vecchia Saltafoss modificata,la bici con cui andavo alle superioriIn più c’era tutto il resto: arrivavo spesso in ritardo, la mia Saltafoss aveva sempre qualche problema, nello zaino portavo più attrezzi che libri e i professori mi vedevano di continuo con le mani nere di grasso e le chiavi inglesi in mezzo ai quaderni.

I compagni mi prendevano in giro e mi umiliavano. Non ero quello bravo, non ero quello popolare: ero “quello strano con la bici sempre rotta e le mani nere”. Non ho mai avuto uno scooter, non ho mai chiesto a mia madre il patentino: io avevo la bici, punto.

Poi arrivò il momento dello stage. I professori mi dissero chiaramente che, come tornitore, non andavo come gli altri e che dovevo cercarmi da solo un posto dove farlo. Io proposi la Decathlon: era l’unico posto che aveva un minimo di senso per me, l’unico dove le biciclette contavano più del tornio.


il mio primo stage alla Decathlon ed il mio primo lavoro la bici stazione di Sesto

Il mio primo stage alla Decathlon e il mio primo vero lavoro alla Bici Stazione di Sesto sono stati l’inizio di un percorso che, con il tempo, mi ha fatto sentire un po’ più a mio agio nel mondo del lavoro. Per la prima volta avevo la sensazione di aver trovato un posto che mi somigliava davvero.

Alla Decathlon ho iniziato a capire cosa volesse dire fare qualcosa che mi piacesse davvero. Vedevo tantissime bici, ogni modello con una storia diversa, e lì in mezzo mi sentivo finalmente a casa. Sistemare i problemi reali delle persone con le loro bici, ascoltare le loro storie, vedere la faccia di chi esce contento… era come aprire una finestra su un mondo nuovo. Un mondo dove non ci sono solo meccanismi e ingranaggi, ma anche emozioni, esigenze e un bel po’ di passione.

 

 

Dopo la scuola c’è stato il salto: il mio primo vero lavoro è stato alla Bici Stazione di Sesto. In quel periodo ho comprato la mia prima Vespa e ho preso la patente a 21 anni. Non come tanti ragazzi che a 18 anni l’avevano già: io me la sono dovuta pagare da solo, ed è stato davvero il mio premio per tutti gli sforzi fatti fino a lì.
Alla Bici Stazione ci sono rimasto circa due anni e ho imparato cose che ancora oggi mi porto dietro ogni volta che prendo in mano una chiave del 15.

 

Ho imparato a riparare e preparare bici che devono affrontare tutti i giorni traffico, buche e marciapiedi, a gestire le richieste dei clienti – anche quelli più esigenti (sì, proprio quelli che ti fanno sbuffare ma poi li sistemi lo stesso) – e a conoscere i fornitori con cui, ancora oggi, mi rifornisco di ricambi. Ho collaborato con altri meccanici, rubando con gli occhi ogni trucco possibile.

È lì che ho capito una cosa importante: questo non è solo un mestiere, è un lavoro artigianale. Non basta avvitare due bulloni e via. Devi saper scegliere i pezzi giusti, adattare quello che hai in mano, inventarti soluzioni quando la teoria non basta. A volte devi improvvisare, ma è proprio lì che sta la bellezza: nel trovare sempre un modo per far funzionare le cose.

 


Verniciatura e catena di montaggio

Qualche anno dopo sono passato dalla bici stazione alla Bart lab, una ditta di biciclette dove lavoravo su una catena di montaggio ero quello che montava le ruote e i manubri nel angolo del capannone. ma anche ho appreso quacosa come Le bici venivano verniciate a polvere nella ditta vicino nello stesso complesso industriale, che collaborava con la Bart lab. Lì ho imparato a conoscere davvero il processo: come si preparano i telai, come funziona il ciclo completo della verniciatura e quanto lavoro c’è dietro una bici lucida che esce pronta per il cliente.

In quel periodo ho conosciuto anche il proprietario della ditta di verniciatura a polvere, con cui ho creato un buon rapporto. Per un po’ mi sono appoggiato proprio a lui per far verniciare alcuni telai dei miei lavori. Poi, anche quella ditta ha chiuso. Un’altra porta che si chiude, un’altra conferma che nel mondo del lavoro puoi ritrovarti senza un posto da un giorno all’altro.

 

Alla Bart lab non sono rimasto molto: non mi trovavo bene, ma nonostante tutto mi alzavo ogni mattina e ci andavo lo stesso con la mia vespa.ed Un giorno mi è pure successo anche un episodio curioso: sono rimasto a piedi con la mia Vespa perché la marmitta si era riempita d’olio. Un piccolo imprevisto, ma che mi ha fatto capire quanto a volte le cose non vadano mai come previsto, nemmeno quando pensi di avere tutto sotto controllo.

Nonostante i lavori persi uno dopo l’altro, però, non mi sono arreso. Ho continuato a combattere e, dopo l’ennesima esperienza finita male con la bart lab,li ho deciso di aprire la mia prima pagina Facebook: da lì è iniziato il percorso di Elios riparazioni biciclette personalizzate anno 2010/2011 circa, che poi sarebbe diventata Ciclofficina Elios riparazioni biciclette personalizzate.


Ed è qui che nasce la mia pagina Facebook

Nel 2011 ho fatto un altro passo importante: ho deciso di aprire la mia prima pagina Facebook. All’inizio si chiamava “Elios riparazioni biciclette personalizzate” e per me era un esperimento, quasi un gioco serio: volevo mostrare le bici che sistemavo. All’epoca non ne facevo molte come adesso, era più un modo per dire: “Ecco cosa so fare”, provare qualche personalizzazione strana e vedere se là fuori, oltre alle poche persone che mi conoscevano di persona, c’era qualcuno interessato al mio modo di lavorare.

La pagina, in realtà, ha iniziato a vivere davvero con una sola bici: una MTB messa male che mi ero ritrovato in box per una storia un po’ lunga (di cui parlerò meglio in un altro capitolo). È stata lei la prima a finire su Facebook: sistemata, fotografata e messa online.
Da lì ho cominciato a capire che le bici non dovevo solo aggiustarle… potevo anche venderle.

All’inizio erano solo bici usate, rimesse in sesto il meglio possibile e pubblicate sulla pagina. Prima di quello, la pagina Facebook era praticamente vuota: giusto qualche foto di lavori buttata lì, più come “guarda cosa so fare” che come veri post di vendita, senza ancora il tono ironico e scherzoso che uso oggi.

Con il tempo quella pagina è diventata sempre più “casa mia” online.
Intorno al 2016 ho iniziato a fare le prime bici ricondizionate: prendevo mezzi messi male e li riportavo a una seconda vita. Ogni volta che finivo una bici, la fotografavo e la raccontavo a modo mio: con quel tono un po’ ironico, un po’ divertente, cercando sempre di far sorridere chi leggeva, anche quando nella vita reale non c’era molto da ridere.

Nel 2020 ho deciso di darle il nome che uso ancora oggi, “Ciclofficina Elios riparazioni”, perché ormai non era più solo una pagina con qualche foto, ma la vetrina principale del mio lavoro di tutto quello che facevo e faccio tutt’ora.

Poi le cose sono cresciute ancora:
nel 2022 ho iniziato a fare i primi restauri, riportando in vita bici che molti avrebbero lasciato a prendere polvere in cantina. Nel 2024 è arrivato un altro passo avanti: le prime bici artigianali, montate pezzo per pezzo secondo la mia idea di come deve essere una bici fatta bene.

Da quella MTB “dimenticata”, alla pagina della Ciclofficina è diventata il posto dove finiscono tutte le mie bici: usate, ricondizionate, restaurate o artigianali ed i vari lavori. Sempre raccontate a modo mio. In fondo, quella pagina è il mio diario di bordo: il posto dove si vede, anno dopo anno, il percorso che sto facendo sulle biciclette e la persona che c’è dietro al nome “Ciclofficina Elios riparazioni biciclette personalizzate”.

Qui si chiude la prima parte della mia storia: da un ragazzino sulle panchine del parco alla nascita della Ciclofficina Elios riparazioni biciclette personalizzate. se siete arrivati fino a qui lasciate un commento ed se vi interessa la parte 2 continuate