vivere (e resistere) con una ciclofficina in un magazzino

Pubblicato il 23 maggio 2024 alle ore 07:34

 Introduzione

Intro del post

Nel primo capitolo vi ho raccontato da dove arrivo: il parco, la Saltafoss, le superiori, la Decathlon, la Bici Stazione di Sesto, la Biart e la nascita della pagina Facebook “Elios riparazioni biciclette personalizzate”.
In questa seconda parte voglio raccontarvi come ho iniziato davvero a fare sul serio dal box in affitto e come, anno dopo anno, quella stanza di cemento è diventata la Ciclofficina Elios riparazioni che chi mi conosce oggi è quello che faccio.


2011–2013 – Il box in affitto, la Vespa e la bici “irrecuperabile”

Il primo magazzino dove lavoravo non era mio. Era in affitto, di un parente che me l’aveva lasciato a poco prezzo. All’inizio non c’entravano niente le biciclette: lì dentro ci stavano la Vespa e il motorino di mio fratello, e alle volte passavo le ore a smontarlo e rimontarlo, esattamente come facevo da ragazzino con le bici.
Era il mio rifugio: pochi metri quadri di cemento dove, almeno lì, potevo fare le cose a modo mio.

Fuori dal box, invece, lavoravo con mio padre, in collaborazione con un giornalaio all’ospedale di Desio. La mattina vendevamo giornali, ma il rapporto tra me e lui non è mai stato semplice. Due teste diverse, due modi di vedere il lavoro e la vita. Io sentivo che non era il mio posto: mentre sistemavo quotidiani e riviste ed andavo su e gui dai piani a gridare gornali giornali!!. 

la testa tornava sempre alle chiavi, alle catene, ai freni delle biciclette. Un giorno si presenta un signore che mi conosceva. Mi racconta di avere una bici in solaio, ferma da anni. L’aveva portata in un negozio e si era sentito dire che il forcellino era irrecuperabile, che non valeva la pena sistemarla e che tanto era da buttare. Poi mi guarda e mi chiede se, lasciandola a me, sarei stato in grado di rimetterla in sesto. Io, senza pensarci troppo, gli dico di sì.

La bici finisce nel mio box, in mezzo alla Vespa e agli attrezzi. Io comincio a studiarla, a immaginare come intervenire, a ragionare su come salvarla. A un certo punto provo a ricontattare il proprietario per dirgli che la bici era a posto… ma lui sparisce. Niente risposta, nessuna notizia.
La bici resta lì, appoggiata al muro, come sospesa, per un po’ di mesi, mentre con mio padre il rapporto peggiorava sempre di più. Ogni volta che entravo in box la vedevo. Mi fissava quasi.
Ogni volta pensavo la stessa cosa: “L’hanno già condannata, ma questa bici si può ancora vendere… però non voglio: è di quella persona.”
Solo che restava ferma, giorno dopo giorno, come se aspettasse che io decidessi cosa farne davvero.

A un certo punto mi sono stufato di vederla marcire.
L’ho presa, l’ho messa sul cavalletto, l’ho smontata, ho sistemato quello che c’era da sistemare, ho rimesso in linea tutto il possibile. Quando è tornata a sembrare una bici degna di quel nome, le ho fatto qualche foto, ho scritto un annuncio e l’ho messa su internet.
E quella bici, che per il negozio era da buttare e per il suo proprietario era ormai un ricordo dimenticato in solaio, l’ho venduta.

In quel momento si è rotto qualcosa dentro di me, ma in senso buono.
Fino ad allora l’idea di vendere davvero una bici sistemata da me mi sembrava quasi impossibile: con tutti gli annunci che c’erano in giro, mi chiedevo perché mai qualcuno avrebbe dovuto comprare proprio una bici fatta da me. Era come se fosse una cosa “che non si fa”, soprattutto con la mia famiglia che avevano sempre un’idea diversa di cosa fosse un lavoro serio.
Ma quella vendita mi ha fatto capire che quello che sapevo fare valeva qualcosa anche fuori dal box, anche fuori dalla testa degli altri.

Quella bici “irrecuperabile” è stata la mia prima vera svolta: la prova che potevo camminare con le mie gambe, anche se il mondo intorno continuava a dirmi il contrario.


 

2022 – Dal box in affitto al mio magazzino comprato

Nel 2022 è arrivata la botta: l’ultimatum.
Il parente che mi affittava il magazzino mi ha fatto capire che non avrei potuto restare lì per sempre. Niente scenegate, ma il messaggio era chiaro: “Non puoi stare qui a vita, prima o poi quel posto li serviva box.”Per me al inizio è stato un problema ma non mi sono scoraggiato ed mi sono messo a cercare.

Avevo attrezzi, bici, pezzi, anni di lavoro e tentativi lì dentro. L’idea di dover svuotare tutto e tornare a zero mi faceva venire voglia di mollare tutto. Ma allo stesso tempo sapevo che, se avessi lasciato andare anche quello, mi sarei ritrovato senza più niente di mio ed senza soldi ed un mezzo lavoro.

Ho iniziato a guardare i magazzini in affitto, ma i prezzi erano fuori portata: pagare un affitto alto ogni mese, senza essere un’attività vera e con entrate che dipendevano dalle bici, era un suicidio .A quel punto mi sono trovato davanti a una scelta che non pensavo di dover fare:

  • mollare tutto,

  • oppure comprare un magazzino mio, anche se voleva dire mettermi sulle spalle un prestito.

Alla fine ho scelto la seconda.
Ho trovato un magazzino di 35mq alla mia portata, ho fatto il finanziamento e ho deciso che da lì in poi ogni bici che riparavo o vendevo non serviva solo a compare il box, ed a ripagare quel prestito che avevo acceso che mi stava permettendo di non buttare via anni di lavoro tempo e fatica.

Oggi il magazzino dove lavoro è mia di proprietà, ma non è “gratis”: lo sto ancora pagando, euro dopo euro, bici dopo bici. Quando entro e vedo le pareti, i cavalletti, le ruote appese, so che tutto quello che c’è lì dentro non è arrivato per caso: è il risultato di anni di tentativi, errori, lavori persi… e testardaggine.



Tra il 2023 e il 2024 ho deciso di rimettermi in gioco anche dal lato “ufficiale” e ho frequentato un corso di meccanica ciclistica presso il negozio molto conosciuto. Alla fine ho ottenuto un attestato di partecipazione come meccanico di biciclette: sulla carta non mi ha trasformato in un’altra persona, ma per me è stato importante, perché metteva nero su bianco quello che in realtà facevo già da anni in box.

La cosa bella però non è stata solo l’attestato, ma quello che ho potuto toccare con mano lì dentro. Ho iniziato a lavorare su bici di alta gamma, quelle che di solito vedi solo in vetrina o sotto gente super attrezzata: cambi più raffinati, componenti delicati, niente più solo citybike massacrate dal tempo. Ho imparato a mettere le mani anche sui cambi elettronici, a usare i software di diagnosi, a capire cosa succede quando “non va qualcosa” ma a occhio nudo non si vede.

Nello stesso periodo è successa una cosa che, fino a qualche anno prima, mi sarebbe sembrata assurda: una di quelle bici “da paura”, di alto livello, è arrivata anche nel mio box. Non era più solo una cosa vista in corso o in negozio: era lì, davanti a me, portata da una persona che si fidava abbastanza da lasciarmela in mano. E non è stata neanche l’unica sorpresa. Piano piano hanno iniziato ad arrivare non solo bici “normali”, ma anche monopattini elettrici, tandem, carretti, carrozzine 😂.

In pratica, non mi sono mai tirato indietro davanti a nulla: se aveva ruote e c’era qualcosa da sistemare, almeno ci provavo. E ogni volta che qualcuno sceglieva di affidarmi un mezzo del genere, era come una conferma silenziosa: “ok, forse quello che fai ha davvero un valore.”

 

La cosa bella però non è stata solo l’attestato, ma quello che ho potuto toccare con mano lì dentro. Ho iniziato a lavorare su bici di alta gamma, quelle che di solito vedi solo in vetrina o sotto gente super attrezzata: cambi più raffinati, componenti delicati, niente più solo citybike massacrate dal tempo. Ho imparato a mettere le mani anche sui cambi elettronici, a usare i software di diagnosi, a capire cosa succede quando “non va qualcosa” ma a occhio nudo non si vede.

Nello stesso periodo è successa una cosa che, fino a qualche anno prima, mi sarebbe sembrata assurda: una di quelle bici “da paura”, di alto livello, è arrivata anche nel mio box. Non era più solo una cosa vista in corso o in negozio: era lì, davanti a me, portata da una persona che si fidava abbastanza da lasciarmela in mano. E non è stata neanche l’unica sorpresa. Piano piano hanno iniziato ad arrivare non solo bici “normali”, ma anche monopattini elettrici, tandem, carretti, carrozzine 😂.

In pratica, non mi sono mai tirato indietro davanti a nulla: se aveva ruote e c’era qualcosa da sistemare, almeno ci provavo. E ogni volta che qualcuno sceglieva di affidarmi un mezzo del genere, era come una conferma silenziosa: “ok, forse quello che fai ha davvero un valore.”


 

2024–2025 – Le bici artigianali… ed eccoci qui

Alla fine del 2024 è successa un’altra cosa importante.
Un vecchio negozio in cui avevo lavorato tempo prima mi ha contattato: stava chiudendo e gli erano rimasti dei telai e dei ricambi che non riusciva più a vendere. Mi ha chiesto se ero interessato a prenderli io. Gli ho risposto di sì senza pensarci troppo.

Da lì sono nate le prime bici artigianali: non più solo mezzi recuperati e rimessi a nuovo, ma biciclette montate pezzo per pezzo secondo la mia idea di come deve essere una bici fatta bene. Niente fronzoli da boutique di lusso, ma cura vera: componenti scelti con attenzione, montaggio fatto con calma, pensate per chi vuole un mezzo unico, affidabile, fatto da una persona in carne e ossa, non da una catena di montaggio.

È stato un passaggio importante, perché ha unito tutto quello che c’era stato prima: l’occhio da meccanico da stazione, la pazienza da ricondizionatore, il gusto per il restauro e l’esperienza sulle bici di gamma più alta.
Improvvisamente non stavo solo “aggiustando” bici: stavo creando biciclette che prima non esistevano.

Se guardo indietro, il filo è chiaro:
da quella MTB “dimenticata” nel box in affitto, data per spacciata e poi venduta, fino al magazzino di oggi, di proprietà, la Ciclofficina Elios riparazioni è diventata il posto dove finiscono tutte le mie bici: usate, ricondizionate, restaurate o artigianali. Sempre raccontate a modo mio, con il mio stile, con le mani nere di grasso e la testa dura che non molla.


E adesso?

 

 

Se sei arrivato a leggere fino a qui, ti ringrazio davvero.

Questa era la mia storia: da un ragazzo che smontava bici sulle panchine del parco a una ciclofficina in un dentro un garage, che prova ogni giorno a tenere in vita biciclette e sogni.

 

Da ora in poi questo blog servirà proprio a questo:

 

  • raccontare storie di restauri,

  • mostrare prima e dopo dei lavori,

  • dare qualche consiglio pratico su come scegliere, curare e usare una bici senza farsi fregare,

  • e, ogni tanto, condividere qualche pensiero sul cosa vuol dire provare a costruirsi qualcosa di proprio partendo da un magazino.

La Ciclofficina Elios riparazioni non è un grande negozio con le vetrine illuminate. È un grage, un cavalletto, tante biciclette e una testa che, nonostante tutto, continua a crederci.

Se questa storia ti ha colpito o ti ha fatto emozionare, lasciami un commento qui sotto: mi aiuta a non sentirmi solo in questo percorso. E se ti va di supportarmi, condividi il blog o passa a trovarmi con la tua bici: contatandomi sulla mia pagina facebook “Ciclofficina Elios riparazioni”dietro c’è una persona in carne e ossa che sta ancora provando a costruirsi il suo pezzo di strada. a suon di biciclette.